Palazzo dei Diamanti

Sintesi della sua storia

1493 – Sigismondo d’Este, fratello di Ercole I commissiona a Biagio Rossetti il progetto e la costruzione della sua residenza.

1503 – Rossetti parte per un lungo viaggio in Toscana e lascia a due sui fidi collaboratori la prosecuzione dei lavori. Essi sono:Girolamo Pasini e Cristoforo da Milano.

1567 – Gabriele Frisoni marmista di fiducia di Biagio completa il rivestimento di marmo con bugne a forma di diamante delle due facciate del Palazzo. Sarà in grande ritardo rispetto alle previsioni e per questo subirà multe e sanzioni. Presenza di Rossetti nelle opere di conclusione dell’edificio.

1641 – Il Palazzo passa in proprietà della famiglia Villa. L’incrocio di strade che noi oggi definiamo Quadrivio assunse il nome di Crociale Villa.

1842 – L’edificio monumentale passa in proprietà del Comune che lo destina a museo: la Pinacoteca infatti è in formazione fino dal 1836. Nell’edificio in quegli anni saranno ospitate varie scuole e accademie.

1963 – Inizio di un ciclo di restauri per le nuove destinazioni dei vari piani dell’edificio.

1983 – Carlo Bassi e Gianluigi Magoni elaborano ipotesi astrologiche sulla eccezionalità del rivestimento a bugne marmoree del Palazzo.

1985 – 1992 – Inizio del restauro delle due facciate dell’edificio monumentale e attuazione delle scandalosa decisione di coprire con vernice bianca la fascia in cotto del sottotetto.
Questa decisione ha sollevato un caso nazionale sui problemi della cultura del restauro.

Il Luogo

L’eccezionale fascino di questo edificio ha tre ragioni fondamentali:
1 – il luogo della sua collocazione
2 – il trattamento delle sue facciate
3 – i richiami astrologici che compaiono appena si posino su una immagine del luogo gli strumenti di quella scienza.
Tutto il resto, l’organizzazione interna molte volte modificata; il giardino e il porticato interni; la sua dimensione e l’aulicità veramente principesche, è da ritenere secondario perché sono proprietà comuni a molti altri edifici che definiamo monumentali.

Ma vediamo in dettaglio le tre ragioni importanti.
1 – il luogo della collocazione. Solo sul Quadrivio diventato baricentro della organizzazione urbana era pensabile un oggetto architettonico di questo rilievo che si proponeva come ampliamento della reggia e, in quanto tale, ha provocato edificazioni contigue di grande qualità e definizione formale come quelli che determinano l’architettura del Quadrivio.
2 – Il trattamento delle sue facciate. E’ certamente un unicum a Ferrara con pochi esempi nel mondo. La tradizione vuole che la citazione del diamante sia riferita ad una delle insegne estensi, il Diamante, appunto. La quale insegna faceva dell’edificio un visibile ampliamento della reggia.
3 – I riferimenti astrologici. Non è dato sapere se siano stati voluti essendone a conoscenza o se siano stati scoperti in corso d’opera in seguito agli studi puntuali di Pelleghrino Prisciani.
Nel primo caso alla celebrazione estense del ‘Diamante’si aggiunge il privilegio del sole nel suo più alto splendore, nel secondo caso, se la conoscenza del dato astrologico avviene a posteriori, diventa comprensibile l’intervento di Rossetti a edificazione completata: intervento funzionale alla decisione segreta di immortalare la luce del sole su quelle pareti a gloria imperitura estense.

Ma è di grande interesse quello che questa architettura detta “dell’orgoglio” provoca nel suo intorno.
Il palazzo Turchi di Bagno che lo fronteggia sulla via degli Angeli ha, nella sua altezza e nella smisurata dimensione della candelabra d’angolo riferimenti geometrici precisi con dimensioni di altezza e di affinità volumetrica. Il palazzo Prospero Sacrati che invece lo fronteggia sulla via dei Prioni offre in prospettiva al palazzo dei Diamanti il suo stupendo portale. Viene da ricordare anche la corona di giardini che circonda questi luoghi a cominciare da quello che noi oggi chiamiamo Parco Massari per finire con la grande area verde che isola dal contesto edificato lo stesso palazzo dei Diamanti.
Il Quadrivio dunque si qualifica per le eccellenze architettoniche e naturali che lo connotano facendone anche un’insula di eccellenze urbane.
Per un ulteriore arricchimento delle informazioni intorno a questo edificio monumentale si veda anche il capitolo dedicato ai “Segreti”.

Qualche considerazione infine va fatta sugli ultimi restauri della fine del secolo scorso quando al palazzo e alla sua figurabilità è stato tolto quello che era il suo segno distintivo, dopo le bugne, per farlo rientrare nella normalità delle residenze monumentali. Ci riferiamo al fascione in cotto che dava alla copertura dell’edificio una rilevanza coerente con quella del trattamento delle sue pareti di facciata. E’ stato coperto di vernice bianca per simulare il marmo perché il rosso brillante del cotto perfettamente connesso nei suoi elementi e nel quale erano disegnati oculi venne considerato una ingenuità figurativa o, peggio, un “errore di grammatica” che andava sanato.
Una autentica violazione di immagine che ha coinvolto a livello nazionale per opera di ‘Italia Nostra’ i maggiori e più qualificati protagonisti della cultura del restauro.
Non è un caso che alla fine abbia vinto la tenacia della burocrazia.
A noi non resta altro che aspettare che il paramento in cotto del fascione ‘espella’ totalmente la pellicola di pittura bianca che gli è stata sovrapposta, come in realtà già sta avvenendo e proclami la realtà del suo rosso acceso per contrasto e, insieme, in sintonia con il bianco luminoso delle bugne di pietra.

Giorgio Padovani, psichiatra ferrarese di fama, appassionato di architettura è stato il primo esegeta di Biagio Rossetti al quale ha dedicato uno studio che ha fatto da guida a quello monumentale di Bruno Zevi del 1960. Padovani scriveva nell’anno 1931.
Nel capitolo del suo libro dedicato al Palazzo dei Diamanti conclude con una impressione poetica che ritengo di riportare a documento di come una architettura possa essere interpretata. Scrive Padovani:

“A chi abbia avuto la ventura di ammirare la facciata del palazzo in una sera di pioggia, non sarà sfuggito il singolare effetto, che sulle aguzze prominenze di pietra produce la scarsa luce dei fanali agitati dal vento. Le immense pareti si animano, tutte scintillii di lucori e tremolii di ombre: la facciata sembra perdere la sua solidità marmorea e divenire inconsistente, trasparente.....Davvero, allora, non paiono pietre le bugne, ma veri diamanti, e come diamanti rifrangono la luce in mille guizzanti bagliori. Davvero, allora, il palazzo pare la dimora della luce e merita l’ariostesco epiteto di ‘spirtale’ che il Carducci gli diede”.


In questo testo pare di cogliere una intuizione sul tema della luce che leggeremo più tardi studiando Pellegrino Prisciani.