Chiesa di San Benedetto

Sintesi della sua storia

  • 3 luglio 1496 – Ercole I posa la prima pietra della chiesa.
  • 1552 – I monaci benedettini prendono possesso della chiesa e delle strutture annesse.
  • 1621 – 1646 – Giovanbattista Aleotti costruisce il campanile alto 58 metri
  • 1797 – Le soppressioni napoleoniche cacciano i monaci e riducono il complesso monumentale a magazzini e a ospedale militare.
  • 28 gennaio e 15 giugno 1944 – Due furiosi bombardamenti aerei riducono la chiesa e chiostri in un cumulo di macerie.
  • 1954 – Nuova consacrazione, da parte del benedettino cardinale Schuster arcivescovo di Milano, della chiesa ricostruita dove era e come era.

Il luogo

Siamo convinti che pochissime persone fra coloro che visitano la chiesa di San Benedetto sulla antica via dei Prioni (oggi corso Porta Po) è a conoscenza delle vicissitudini di quel monumento e ha coscienza che essa non è l’architettura “antica” di cui si occupano le storie, ma una gigantesca riproduzione al vero di quella chiesa distrutta da rabbiosi bombardamenti aerei negli anni di conclusione della seconda guerra mondiale.

Finita la guerra quell’architettura di limpido disegno rinascimentale fu ricostruita ‘come era e dove era’ perché pareva essere troppo grande la perdita e troppo violento il trauma che la aveva provocata. E fu l’ingegnere Emilio Faccini di Termoli l’autore della ricostruzione, su incarico del Genio Civile.

Bruno Zevi dopo aver stigmatizzato l’operazione ricostruttiva: “qualsiasi ripristino di tali dimensioni porta a un palese falso, a una parodia dell’originale, fredda e anonima ripugnante per la grana e il tono cromatico dei materiali.” Arriva a giustificare l’operato: “Il bisogno di far rivivere, in qualche modo, il pensiero rossettiano, di non rinunciare ad un passaggio linguistico essenziale nella sua arte, sembrava, se non legittimo, prepotentemente organico e naturale”.

Resta il fatto che siamo davanti ad un macroscopico falso architettonico e come tale dobbiamo guardarlo: come voce ‘registrata’,con molte raucedini, di una voce ‘viva’ irripetibile.

La concezione planimetrica dell’architettura riprende gli stilemi di San Francesco tutti giocati sulla figura del quadrato con una chiara lettura nel gioco delle cappelle del Santo Spirito fiorentino con la particolarità del transetto e dell’abside composti con figure planimetriche identiche. Il tema della luce, il leitmotiv del magistero di Biagio Rossetti, si rifà ancora all’esperienza di San Francesco anche con le cappelle a forma semicircolare: le piccole finestre si annidano nei luoghi di connessione fra le cappelle stesse e, all’interno, si recepiscono come produttrici di luminosità diffusa: tema opposto di quanto esperimentato dal Maestro in San Cristoforo.

La facciata che riproduce esattamente quella demolita si rifà a stilemi veneti fortemente caratterizzati che non sembra essere stati nelle corde progettuali di Biagio. Qualche attenta considerazione va fatta sul campanile di disegno aleottiano che ha avuto la ventura di non essere sfiorato dalle bombe e quindi di essere ancora (anche se fortemente inclinato) un segnale urbano di rilievo, un obiettivo visivo di rilevante forza anche se si disegna sulla ‘povera’ immagine di due edifici alti (i grattacieli) costruiti follemente davanti alla stazione ferroviaria. Ma erano recepiti in quegli anni come segni della modernità, immagini di un mondo nuovo.

Anche sui chiostri opera dei fratelli Tristani assidui collaboratori di Biagio, il primo detto ‘della colonne quadre’ e il secondo ‘della grande cisterna’ le considerazioni sono molto positive (sempre nel quadro delle voci registrate).