I segreti della Ferrara di Ercole I d'Este

UN SEGRETO CHE HA ATTRAVERSATO I SECOLI

La storia ha accertato che la grande operazione urbana che chiamiamo Terza Addizione o Addizione Erculea ha avuto tre protagonisti come autori: Ercole I duca di Ferrara che la volle, Pellegrino Prisciani, storico, segretario ducale, intellettuale di rango alla corte estense, regista del ciclo di dipinti el Salone dei Mesi a Schifanoia che ne intuì la forma elaborandone le regole e Biagio Rossetti architetto ducale che diede realtà all’idea.
Verosimilmente Prisciani ne elaborò i concetti fondamentali concordando con Rossetti le regole del grande e nuovo disegno urbano che doveva anche essere, segretamente, la celebrazione dell’illuminato governo della città condotto dalla dinastia Estense.
Rossetti ha “disegnato” l’idea di Prisciani e ha progettato in seguito i punti di forza del grande disegno, cioè i luoghi distinti e indimenticabili che hanno dato sostanza urbana al progetto della città nuova nel suo complesso.
Nel disegno della grande operazione urbana si rivela una sinergia straordinaria fra Prisciani e Rossetti tanto da determinare la Ferrara nuova come un vero e proprio monumento come ebbe a considerarlo Luca Gaurico famoso matematico di Padova.

Le caratteristiche strutturali della grande operazione urbana sono state determinate dalla necessità di imprimere sul progetto della città nuova il segno visibile di chi la voleva: cioè individuare un “segno”, una misura, un modulo che segnalasse, anche dal punto di vista del disegno urbano il potere che voleva quell’intervento. Questo doveva avvenire senza che fosse detto in chiaro ma impresso sulla architettura della città a perpetua memoria.
Era un messaggio nella bottiglia che ha valicato i secoli e le generazioni di cittadini. Fino a ieri.

IL SEGNO DEL POTERE SUL DISEGNO DELLA CITTA’

Prisciani e Rossetti, immaginiamo dopo molto pensare, lo individuarono il segno del potere nella dimensione del collegamento fra il Castello, (la reggia), e la nuova residenza del fratello di Ercole, Sigismondo, lungo la via degli Angeli, nell’incrocio con la esistente via dei Prioni. Residenza che in realtà costituiva un prolungamento degli ambiti della reggia stessa.
Quella dimensione, quel segno del potere, quel “modulo”, avrebbe dovuto regolare tutta la struttura dell’ampliamento in progetto individuandone i luoghi forti, quelli capaci di dare struttura all’intervento urbano e di segnalare in perpetuo la determinante presenza Estense.
Quel “modulo” è in realtà, oggi, per noi, leggibile in modo lampante e il semplice uso del compasso lo dimostra.
Nella planimetria è segnalato con i numeri 1 e 2 ed evidenziato graficamente. Esso diventa la regola ferrea del nuovo disegno della città.
Altra misura condizionante l’ampliamento è stata quella che ne doveva regolare e fissarne l’estensione verso nord. Si decise di assumere come dato di fatto la lunghezza della esistente via dei Prioni che collegava da est a ovest la Porta detta di San Benedetto con quella detta di San Giovanni: 2000 metri (nella planimetria ai numeri 3 e 4) e di dare all’ampliamento lo stesso limite dei 2000 metri, misura che va da Porta San Paolo alla nuova Porta degli Angeli (nella planimetria ai numeri 5 e 6). Nella enorme estensione verde che a nord raggiungeva il corso del Po, il grande Barco, essersi imposti quel limite significava la volontà precisa di “disegnare” la forma della città.
Ma in questa equiparazione si rivela anche la volontà di far diventare parte integrante del nuovo disegno urbano l’area della città medioevale gravitante attorno a Porta San Paolo che fino all’XI secolo si affacciava, a sud, sul corso del Po Grande.
Questo incrocio di strade determinava il Quadrivio, nuovo baricentro della città.
Tutto questo premesso, se con l’apertura del compasso corrispondente al “modulo” (numeri 1 e 2) ci muoviamo sulla pianta reale della città che ci fornisce Internet, quindi sulla pianta reale della città che ci è stata consegnata dalla storia, troviamo che se puntiamo sul Castello Estense (1) il modulo individua la chiesa di San Francesco (7), se puntiamo sul Quadrivio (2) ancora il modulo individua le chiese di San Cristoforo alla Certosa (8) e di San Benedetto (9).
Se raddoppiamo il raggio, il “modulo”, scopriamo che il nostro tracciato geometrico intercetta la Punta della Montagnola da una parte perfettamente allineata con San Cristoforo, e il Torrione del Barco dall’altra (rispettivamente ai numeri 10 e 11 della planimetria) e a sud ancora Porta Paola già indicata al numero 3. Resta da segnalare la posizione della Piazza Nuova (12) collocata lungo l’asse della via dei Prioni.
Siamo di fronte ad una armatura geometrica incredibilmente vincolante che fa di questo disegno urbano un testo ad un tempo ideale ed organico.

L’ASTROLOGIA, IL SOLE, I DIAMANTI

Ma ove le tracce del pensiero di Pellegrino Prisciani, dotto astrologo, nel disegno della città che abbiamo descritto, a mio avviso hanno una evidenza lampante è nel sottofondo astrologico che governa i luoghi sensibili dell’impianto urbano: il Quadrivio, la nuova reggia, il profilo delle mura.
E’ infatti attraverso la interpretazione astrologica che il palazzo di Sigismondo diventa il Palazzo dei Diamanti ed è l’utilizzo del “quadrato astrologico” che disegna il profilo delle mura che segnano il limite a nord della espansione disegnata. La scoperta fatta da Prisciani che il disegno astrologico del Quadrivio comportava in quel luogo la presenza del sole al suo massimo splendore sollecitò a Rossetti la invenzione straordinaria: una corazza argentea di bugne a forma di diamante da apporre alle pareti del Palazzo, propaggine della reggia, destinate ad essere, per sempre, nell’arco della giornata, contenitori di luce. La luce, che sarà il leit motiv di tutta l’architettura di Biagio Rossetti, sarà il segno segreto del disegno celebrativo che Prisciani e Rossetti inventano come omaggio perenne al loro duca e alla casata Estense.

Come concludere dopo considerazioni geometriche ed astrologiche così stringenti scoperte meditando su un testo urbano di ineguagliabile ricchezza?
Siamo davanti ad un organismo che ha la sua ragione d’essere in un progetto, in una idea perseguita ed attuata con determinazione e lungimiranza, una celebrazione del potere, segreta per noi fino ad ora, che ha fatto di Ferrara la “gran cittade” cantata da Ludovico Ariosto.

quadrato

La sovrapposizione della figura del "quadrato astrologico" alla planimetria della città disegnata da Pellegrino Prisciani rivela come nasce il disegno del tracciato delle mura erculee e come la collocazione dei palazzo dei Diamanti nel luogo "dove il sole è al massimo del suo fulgore" giustifichi la corazza di bugne di pietra scolpite a diamante. Per questa loro forma esse sono fonte perenne di luce come la posizione di medium coelum nella quale il palazzo si trova.   

 

 

IL TIPO DEL PRISCIANI, LE MURA DELLA CITTÁ, IL QUADRATO ASTROLOGICO

Il disegno che appare qui  è l’unico documento che possediamo dedicato alla grande addizione di Ercole.
E’ un appunto di Pellegrino Prisciani nel quale il grande studioso segnala l’operazione erculea, la propone, la prefigura.
Erano in tre a lavorare a quel progetto di città nuova ma solo lui ci ha lasciato questa immagine della estensione dell’intervento. Molto probabilmente si tratta di un appunto per illustrare come lui vedeva l’operazione urbanistica nella sua dimensione e sembra fissare un momento della discussione in atto sui problemi relativi ad un intervento che aveva tutti i crismi per diventare esemplare.
Teniamo conto che a quei tempi il nord era da considerare orientato verso il basso quindi la immagine che stiamo considerando si presenta capovolta rispetto al nostro modo di operare SEMPRE con il nord verso l’alto.

Tutto questo precisato se al disegno del Prisciani che prefigura l’area vasta dell’ampliamento apponiamo il grafismo del “quadrato astrologico” appoggiato alla via dei Prioni già esistente in quegli anni e che collegava due porte urbiche, vediamo come il profilo delle mura ricalchi quasi in modo esatto il tracciato delle mura stesse nella ipotesi di Prisciani e come quello che nel “quadrato astrologico” veniva indicato come “medium coeli” corrisponda all’incrocio di strade in progetto, il Quadrivio, per conferire struttura all’ampliamento.
Dire “medium coeli” significava considerare il sole al suo massimo splendore: di qui l’idea straordinaria delle bugne di pietra bianca a forma di diamante per dare perennità a quella luce che si proponeva come omaggio segreto a Ercole e alla casata Estense.
In fase esecutiva, come è l’dea rispetto alla realtà costruita, il tracciato delle mura a nord ha seguito un profilo leggermente diverso che si discosta da quello ipotizzato da Prisciani ma è tuttavia fondamentale rilevarne la visibile affinità come compare nella immagine a destra della realtà edificata.

Sulla funzione, la tecnica, l’utilizzo del “quadrato o della quadratura astrologica” data la complessità dell’argomento si rimanda alle pagine di Wikipedia che le documentano in modo esaustivo, anche con la riproduzione di disegni, i problemi inerenti al fondamentale strumento di lettura e interpretazione astrologica.

PER CONCLUDERE, COME É LA FERRARA DI ROSSETTI E DI PRISCIANI? 

Di solito negli elenchi correnti di “città ideali” si comincia con Pienza, la città ddi Enea Silvio Piccolomini, poi si passa a Urbino la città di Federico da Montefeltro, per finire con Ferrara la città degli Estensi.
In realtà Pienza e Urbino più che la traduzione fisica dei principi della “città ideale” rappresentano la soluzione secondo canoni nuovi, rinascimentali, di aggregati di edifici monumentali: il duomo e due palazzi attorno ad una piazza a Pienza, il palazzo del duca ad Urbino la cui presenza e la cui articolazione coinvolgono tutta la fisionomia dell’abitato.
Ma il disegno nuovo della città teorizzata dai trattatisti non compare affatto o, se compare, ciò avviene attraverso frammenti. Resta Ferrara da considerare e qui cambia tutto perché quella parte di essa chiamata “città nuova” fu effettivamente, come abbiamo visto, disegnata come tale: nei suoi assi viarii fondamentali, nelle sue piazze, nei suoi allacci sapienti con la città esistente, nel suo profilo esterno disegnato dalle mura, nella nuova trama di strade.
Ferrara è dunque, per questi fatti, in realtà, l’unico esempio di città rinascimentale concepita secondo canoni che erano emersi dalla meditazione attenta sui concetti che coinvolgono il significato di spazio urbano.
Coloro che hanno provocato e presieduto a questo avvenimento sono le figure che compaiono in questi testi. Primo fra tutti Ercole I che volle l’intervento dal punto di vista del potere, poi Pellegrino Prisciani che teorizzò le fasi dell’intervento, poi Biagio Rossetti e la sua equipe che diede realtà al sogno e al progetto.

I parametri spaziali sui quali viene concepita la città nuova (e che organizza aree esterne alla città medioevale pari a due volte la superficie della città esistente) sono di eccezionale lucidità: il collegamento della reggia (il Castello) fino al Quadrivio poi fino alla nuova Porta degli Angeli, l’incrocio di questa strada nuova con una esistente tutte due di uguale lunghezza a formare appunto il Quadrivio con le nuove propaggini della reggia, la collocazione di una grande piazza in rapporto diretto con la piazza vecchia quella articolata attorno ai poli del potere il Duomo e il Castello e infine l’inserimento nel nuovo disegno della struttura della città medioevale per dare realtà ad una nuova forma urbana. Il tutto privilegiando prospettive stradali, gerarchie spaziali, aree verdi largamente dimensionate.
Fino a questo punto i principi teorizzati dagli studiosi della città appaiono in piena evidenza e dispiegati in situazioni emblematiche complesse da non avere confronto con le strutture che abbiamo ricordato di Pienza ed Urbino.

A nostro avviso due sono i problemi sui quali fare alcune considerazioni dopo questo quadro delle realtà nuove che determinano la unicità di Ferrara e che attengono alla carica di significati e di regole, al di là di quelle prevalentemente geometriche recentemente scoperte e che qui abbiamo illustrato, che ha tutta la concezione planimetrica che struttura la città nuova.
Il primo attiene ai vincoli di natura astrologica vincolati addirittura alla struttura del Quadrivio. Esso è costituito infatti da due assi che nella realtà non sono perfettamente perpendicolari e ciò fa pensare ad un “tema di natività” particolare e significativo coinvolgente la storia e il destino stesso della città. E legata a questa evidenza l’architettura stessa del Palazzo dei Diamanti figura determinante e prevalente in quel luogo.
Il secondo problema riguarda proprio la rilevanza e l’enfasi che viene conferita al Palazzo dei Diamanti, nel disegno astrologico, le quali sembrano condizionare tutto lo spirito dell’edificazione ai limiti degli spazi stradali della nuova Addizione. Una edificazione che rifiuta il tessuto viario minuto dell’edilizia corrente per privilegiare il grande disegno, il grande respiro di architetture e giardini che interagiscono con le prospettive stradali, conferendo all’insieme urbano un respiro e una luminosità che non si propongono come propriamente naturali ma volute, cercate, disegnate come componenti fondamentali della stessa concezione urbana.
Compare cioè un nuovo modo tutto particolare di governare la luce naturale che intride muri e natura. Mentre, secondo il disegno astrologico, il sole brilla alto al massimo del suo fulgore segnalando il Quadrivio come cuore nuovo della città e i suoi raggi sono trattenuti dalle bugne che Rossetti ha voluto apporre ad un palazzo della reggia, la luce si diffonde sulla città disegnata conferendo magnificenza ed esaltazione al duca Ercole e alla sua casata.
Pare ricomparire una sequenza di significati collegati alla trama astrologica dei dipinti della Sala dei Mesi a Schifanoia opera dei Maestri dell’Officina ferrarese. E il regista segreto dei due avvenimenti, quello dipinto e quello costruito è sempre Pellegrino Prisciani che ha in Biagio Rossetti il traduttore ideale delle sue intuizioni.