Lo spazio, ovvero la specificità dell'architettura

La mancanza di una soddisfacente storia dell'architettura deriva dalla disabitudine della maggioranza degli uomini di intendere lo spazio, e dall'insuccesso degli storici e dei critici dell'architettura nell'applicare e diffondere un coerente metodo di studio spaziale degli edifici.

Bruno Zevi

Bruno Zevi che è stato un maestro nella critica dell’architettura con la sua enorme produzione scientifica che ha germogliato frutti copiosi, introducendoci nei lontani anni Cinquanta al suo libro “Saper vedere l’architettura” parla in modo determinato della nostra “ineducazione spaziale” cioè della nostra NON preparazione a cogliere la specificità dell’architettura la quale “è fatta di spazio e per la percezione corretta della quale è necessaria la partecipazione attiva dell’uomo, cioè della nostra realtà, di noi persone che ci muoviamo in essa”

Questa diseducazione Zevi la imputa alla impreparazione di chi è deputato a illustrare con opere, testi, parole l’opera architettonica e segnatamente i critici che scrivono di storia dell’arte i quali non ci dicono mai che l’architettura NON è solo la bella facciata che vediamo o il bell’edificio che si affaccia sulla piazza, ma è una grande scultura scavata nel cui interno l’uomo penetra e cammina.
Così non ci viene mai detto che il fondamento dell’opera architettonica è ‘lo spazio’ la cui percezione è possibile solo se in esso possiamo penetrare.

Scrive Stephen Kern nel suo libro “Il tempo e lo spazio” che è da ritenere un’opera fondamentale nello studio di questi pprobleni: “L’architettura è una forma d’arte che si occupa direttamente dello spazio: la pittura può dipingere lo spazio, la poesia può fare risuonare una immagine di esso come la musica ma solo l’architettura ha il compito di crearlo realmente.” E afferma: “ rinchiudere uno spazio è l’oggetto della costruzione, quando costruiamo non facciamo altro che ‘staccare’ una quantità conveniente di spazio, isolarla e proteggerla: tutta l’architettura deriva da questa necessità e l’architetto modella nello spazio come lo scultore modella la creta. Egli disegna il suo spazio come un’opera d’arte”. Fino qui Kern.

L’architetto dunque non produce esclusivamente opere da godere sotto l’aspetto estetico, come il pittore e lo scultore ma elabora opere o progetti di opere destinate a funzioni pratiche precise, cioè opere da ‘usare’. L’architettura cioè si pone come una ideale linea di confine dove convive la funzionalità in un rapporto stretto con la bellezza e se uno dei due termini deve prevalere dovrà essere sempre la bellezza ad avere la meglio.

L’accentuazione di significato che stiamo dando allo spazio interno di una architettura non ci deve distogliere dalla attenzione che dobbiamo dare a ciò che involucra il ‘vuoto’ del quale andiamo parlando. Infatti lo spazio interno non potrà mai essere figura primaria dell’opera architettonica se non in simbiosi con il suo involucro cioè con quella parte destinata ad un tempo a ‘rappresentare’ l’architettura ma anche a definire forma e dimensioni dello spazio interno , vale a dire la struttura fisica, materica costituente l’opera stessa, cioè di quella parte dell’opera che vediamo all’esterno.
Si determina alla fine una situazione secondo la quale lo spazio interno non può fare a meno delle definizioni che vengono dalla forma esterna per cui l’uno ha sempre bisogno dell’altro con preminenze possibili dell’uno sull’altro a seconda di situazioni date.

In questa complessità che la percezione dell’architettura comporta, cioè questo nostro andare per vedere quello che non è percepibile con un solo colpo d’occhio, o per renderci conto delle relazioni che esistono fra le varie parti del fuori e del dentro, questo nostro muovrci all’esterno e all’interno della architettura che esaminiamo, determina la presenza controllabile del tempo che si manifesta in modo reale, addirittura misurabile e che chiamiamo tempo della fruizione.
Dunque qui cogliamo la realtà di come spazio e tempo costituiscano un binomio inscindibile e possiamo percepirle come ‘grandi categorie’ della riflessione filosofica che ci consentono di ordinare la realtà dei fenomeni relativi alla percezione del mondo, in particolare delle arti e fra queste, in modo specialissimo, dell’architettura.

Questa teorizzazione che ci dimostra come lo spazio interno in una parola ‘il vuoto’ sia il fondamentale protagonista dell’architettura pare determinare un contrasto insanabile quando oggetti della nostra considerazione e della nostra analisi sono oggetti architettonici grandiosi senza spazio interno come le Piramidi, i grandi obelischi, gli archi di trionfo, la colonna Traiana eccetera, che non possono essere considerati sculture per le loro dimensioni. Parleremo fra poco dell’urbanistica e come la dialettica del vuoto e del pieno determini anche la realtà di questa scienza. Ebbene questi oggetti grandiosi si collocano come ‘pieni’ rispetto al ‘vuoto’ che aderisce alla loro forma, che li delimita, che li determina che ne struttura eventuali sequenze visive. Il loro ‘pieno’ insieme al ‘vuoto’ nel quale sono immersi determinano, a parti invertite la dialettica che abbiamo più sopra descritto.

La dialettica ‘vuoto’ ‘pieno’ presiede anche alla determinazione di quella scienza della città che chiamiamo urbanistica.
Qui è compito dello spazio vuoto, del cielo, dell’aria costituire l’involucro degli oggetti architettonici considerati come ‘pieno’ (ne abbiamo appena accennato) i quali, in quanto tali diventano la struttura della realtà urbana e del paesaggio. Tale è il recinto dell’Acropoli ad Atene come lo spazio delle strade e delle piazze nelle nostre città.
Leon Battista Alberti nel suo trattato ‘De re aedificatoria’ parla della città come di una grande casa dove le piazze sono i luoghi di soggiorno le strade, i corridoi eccetera.
Questa immagine conferisce significato al parallelo che si verifica nella vita della città e al suo evolvere che le conferisce forma, fra i suoi spazi esterni vuoti (strade e piazze) e quelli pieni che della forma urbana costituiscono i luoghi più rilevanti e qualificanti la sua stessa concezione.

La realtà di questa dialettica è la risposta alla domanda che si faceva in anni lontani Mario Bellini quando si chiedeva:

qual è il rapporto fra architettura e città se è vero che non basta assemblare una grande quantità di edifici, anche se ben costruiti, per ottenere un tessuto urbano significante e, come tale, riconoscibile dai suoi cittadini?

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